Premetto che sono una forte lettrice – onnivora – soprattutto di letteratura, sia classica sia contemporanea. E credo fermamente nel potere della letteratura di far capire meglio le situazioni che viviamo. Le parole per dirlo – nel nostro caso, parlare di cosa significa condividere la vita con una persona con il disturbo borderline di personalità – a volte sono già state trovate.

Credo che i cosiddetti classici della letteratura abbiano proprio questa funzione: descrivere situazioni che tutti noi nella vita potremmo attraversare, farci riconoscere, immedesimarci e così aiutarci ad affrontare e superare gli ostacoli che incontriamo tutti i giorni facendoci sentire meno soli.
Per questo, capiterà che inserisca citazioni di autori che ho letto o sto leggendo, o di canzoni che ritengo significative ed utili a spiegare cosa intendo dire.
Credo anche che tutti noi abbiamo un percorso da intraprendere alla nascita e che dobbiamo terminare la nostra vita diversi – possibilmente evoluti – da come nasciamo grazie a questo percorso. E che gli esseri viventi che incontriamo, le nostre azioni, ciò che leggiamo, ascoltiamo o guardiamo hanno un senso in questo percorso, cioè che gli incontri di ogni tipo ci servano a capire meglio il nostro cammino.

Ecco perché a volte racconterò aneddoti – il più possibile camuffati perché non mi interessa essere visibile – che mi aiutino ad illustrare ciò che voglio esprimere.
Le parole per dirlo
A volte, qualcun altro ha trovato le parole per dire meglio di me ciò che ho dentro. O ciò che penso mia figlia Aebi abbia dentro: è il caso dell’ultimo libro di Silvia Avallone che ho appena finito di leggere e che, per la precisione, NON parla di DBP.
“Una madre normale: responsabile, pacata, rassicurante, che sapesse farmi le trecce e non avesse difetti, altra missione all’infuori di me: crescermi, ruotarmi intorno per tutta la vita. Né passioni, né amanti, né segreti né abissi. Sempre e solo la parola giusta, il sorriso pronto, in mia funzione. Si può chiedere a una persona un sacrificio del genere? No, perché è impossibile. Di più: è ingiusto. Ma all’epoca resisteva in me un tiranno spaventato, un moccioso. Mi lasciai abbracciare senza muovere un muscolo, paralizzata dalle contraddizioni. La amavo, la rifiutavo. Mi faceva pena e rabbia. Era una povera donna, una divinità sovrumana.”
Vorrei soffermarmi e sottolineare alcune parole o frasi che mi hanno colpito perché Aebi prova queste emozioni e sentimenti verso di me, la sua mamma, a causa del disturbo che la affligge:
- “Ruotarmi intorno tutta la vita” e “in mia funzione” – il desiderio, forse legittimo fino a una certa età? che la mamma sia solo tua e viva per te.
- “contraddizioni”e “La amavo, la rifiutavo” – la disregolazione emotiva che fa sentire le persone con DBP in una girandola di emozioni tra loro contraddittorie.
- “Era una povera donna, una divinità sovrumana.” – la tendenza ad idealizzare e disprezzare la persona di riferimento nel giro di pochi minuti.

